Natuvi è il primo museo naturalistico virtuale che rivoluzionerà per sempre il mondo del web!!
Sarà possibile visitare le diverse sezioni del museo e consultare il ricco archivio di schede descrittive, video, pubblicazioni, presentazioni didattiche, checklist e tanto altro.
Natuvi offre l’opportunità a tutti gli utenti di diventare ricercatori virtuali del museo e rendersi in prima persona artefici del suo sviluppo.
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Natuvi nasce infatti con lo scopo di elaborare e raccogliere materiale informativo e divulgativo sul mondo della natura, condividendolo con tutti gli utenti del progetto (ricercatori virtuali del museo), professionisti del settore, insegnanti, enti pubblici e privati e con chiunque volesse partecipare e contribuire alla creazione sinergica di un “contenitore informativo” liberamente accessibile a tutti.
La natura ha bisogno di noi e conoscerla ci aiuta a preservarla!
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A volte la natura ci sorprende con comportamenti tanto curiosi quanto funzionali. È il caso della Crocidura russula, il cosiddetto toporagno comune, un piccolo mammifero insettivoro dal metabolismo vertiginoso e dalla vita frenetica. Ma c’è un aspetto del suo comportamento che affascina etologi e naturalisti: la formazione in fila indiana dei piccoli durante gli spostamenti.
Quando la madre deve spostare la sua nidiata da un rifugio all’altro, magari perché disturbata o alla ricerca di un ambiente più sicuro, i piccoli non vengono trasportati a uno a uno come accade in molte altre specie. Formano invece una catena vivente, nella quale ogni cucciolo si attacca con la bocca alla base della coda del fratellino che lo precede, mentre l’ultimo della fila si tiene stretto al posteriore della madre.
Il risultato? Una piccola processione ordinata che si muove tra erba, fogliame e radici, seguendo la guida materna. Un comportamento tanto tenero quanto strategico.
Questa “fila indiana” è un comportamento innato e adattativo. I cuccioli, ancora poco coordinati e vulnerabili, rischierebbero di disperdersi e attirare predatori se seguissero la madre singolarmente. Il contatto fisico continuo: assicura coesione del gruppo, facilita l’apprendimento del tragitto e riduce il rischio di smarrimento o predazione.
Inoltre, la madre può così trasportare l’intera nidiata contemporaneamente, risparmiando tempo ed energia preziosa.
Questo comportamento non è unico della Crocidura russula: è stato osservato anche in altre specie di soricidi. Si ritiene che sia un tratto evolutivo comparso come soluzione per il trasporto collettivo in ambienti densi o potenzialmente pericolosi, dove la rapidità di spostamento e la discrezione sono fondamentali.
Quella che a prima vista può sembrare una scenetta buffa, una fila di piccoli toporagni aggrappati alla mamma, è in realtà il risultato di milioni di anni di evoluzione e un esempio brillante di comportamento sociale adattativo. Questa specie ci insegna, nel suo piccolo, quanto la cooperazione e la connessione fisica possano fare la differenza nella sopravvivenza.
Non si può non rimanere affascinati dalla bellezza e dal candore dei fiori di Loto, piante acquatiche apprezzate in tutto il mondo per i loro imponenti e colorati fiori, le cui specie più diffuse sono il Loto sacro (Nelumbo nucifera), originario dell’Asia e dell’Australia e il Loto americano (Nelumbo lutea), originario invece dell’America centro-meridionale.
La particolarità di queste piante, a crescita rapida e rinvenibili solitamente nelle acque stagnanti, risiede nelle loro ampie foglie caratterizzate da una particolare struttura superficiale che le rende completamente idrofobiche, per cui l’acqua “non le bagna” ma scivola via rapidamente.
Con le nanotecnologie si cerca di riprodurre esattamente questa proprietà per alcuni materiali quali tessuti e vernici, alla quale viene attribuito l'appellativo di “effetto loto”.
Se solo provassimo anche noi, nel nostro piccolo, ad imparare a mettere in pratica “l’effetto loto” nella gestione di alcune situazioni che ci riguardano più da vicino e ci turbano e che magari sono anche apparentemente insignificanti o di scarsa importanza, riusciremmo ad affrontare e superare con più fluidità certi ostacoli della vita; in altre parole provando anche noi a “farci scivolare le cose di dosso”, proprio come fanno le foglie il Loto con l’acqua, eviteremmo senz’altro di cadere in loop ossessivi che non ci consentirebbero di svincolarci da quei pensieri, spesso associati a paure angoscianti, a cui dovremmo assolutamente porre un freno.
Quando si parla di crescita vegetale, il bambù è senza dubbio un vero campione della natura. Con un ritmo impressionante che può raggiungere i 90 cm al giorno, alcune specie di bambù sono tra le piante a più rapido accrescimento al mondo. Ma come riesce questa incredibile pianta a crescere così velocemente?
Il bambù non è un albero, come molti potrebbero pensare, ma una graminacea gigante, appartenente alla famiglia delle Poaceae. La sua struttura interna è progettata per massimizzare la crescita. I fusti del bambù, detti culmi, crescono da rizomi sotterranei che fungono da vere e proprie "centrali energetiche". Questi rizomi accumulano riserve di nutrienti, consentendo alla pianta di germogliare rapidamente e di svilupparsi in modo impressionante.
Il segreto della velocità di crescita del bambù risiede nei suoi internodi, le sezioni cave dei culmi. Ogni segmento si espande simultaneamente grazie alla divisione cellulare rapida e all'allungamento delle cellule già esistenti. Questo processo, noto come crescita intercalare, consente al bambù di crescere in altezza senza dover prima aumentare la sua base, a differenza di molti altri alberi.
E’ estremamente efficiente nell'assorbimento di acqua e nutrienti dal suolo. Può crescere in terreni poveri e in diverse condizioni climatiche, sfruttando al massimo ciò che l'ambiente offre. Inoltre, è una pianta molto adattabile e capace di sopravvivere anche in condizioni di stress idrico.
Alcune specie di bambù utilizzano un processo di fotosintesi noto come "C4", che è particolarmente efficiente nella conversione di luce solare, acqua e anidride carbonica in energia. Questo sistema rende il bambù una pianta ideale per crescere rapidamente in climi tropicali e subtropicali.
La sua crescita rapida non è solo impressionante dal punto di vista scientifico, ma ha anche un enorme impatto ecologico. È una pianta chiave in molti ecosistemi, fornendo rifugio e cibo per numerose specie animali, come i panda giganti, e contribuendo alla stabilizzazione del suolo e alla riduzione dell'erosione.
E’ anche una risorsa altamente sostenibile. Viene utilizzato in edilizia, artigianato, produzione di carta, mobili, tessuti e persino come alimento. Le sue proprietà antibatteriche e la resistenza lo rendono una scelta ecologica per molte applicazioni industriali.
Il bambù non è solo una meraviglia biologica, ma anche un simbolo di adattabilità e forza. La sua capacità di crescere in condizioni avverse e di raggiungere altezze straordinarie in poco tempo lo rende una pianta straordinaria, che continua a ispirare culture di tutto il mondo.
Il ragno pavone (Maratus volans) è una delle creature più affascinanti che si possano trovare nei boschi tropicali dell'America centrale e meridionale.
Questo straordinario aracnide ha il corpo minuto ma dai colori vibranti che sembrano dipinti con l'acquerello più brillante. Il ragno pavone deve il suo nome alla sua incredibile somiglianza con la splendida piuma del pavone, con le sue sfumature di blu, verde, rosso e giallo che si mescolano in un'esplosione di colore.
Ma la sua bellezza non si ferma solo all'aspetto esterno. Il ragno pavone è anche noto per il suo straordinario rituale di corteggiamento. Immaginatevi uno spettacolo di danza in miniatura: il maschio agita le sue zampe con grazia, solleva l'addome mostrando i suoi colori sgargianti e intreccia movimenti complessi e ritmati per catturare l'attenzione della femmina.
Ma non è solo una questione di apparenza. Il ragno pavone svolge anche un ruolo fondamentale nell'ecosistema forestale. Si ciba principalmente di insetti, aiutando a mantenere l'equilibrio della popolazione di prede e contribuendo al ciclo naturale della vita nella foresta pluviale.
Tuttavia, nonostante la sua bellezza e il suo ruolo vitale nell'ecosistema, il ragno pavone è purtroppo minacciato dalla perdita di habitat e dalla deforestazione delle foreste tropicali.
L'odore della pioggia è un'esperienza sensoriale unica che incanta e ispira molti di noi. È quel profumo fresco e terroso che si sprigiona nell'aria quando la pioggia cade sulla terra asciutta. Ma cosa causa questo profumo?
L'odore della pioggia, chiamato petricor, deriva dalla combinazione di vari fattori ambientali. Quando la pioggia cade sul terreno, rilascia particelle chiamate aerosol, che possono includere oli essenziali, sostanze organiche e composti chimici. Uno dei principali contributori al petricor è l'olio essenziale rilasciato dalle piante durante i periodi di siccità, che viene trasportato nell'aria e si mescola con i composti chimici prodotti dai batteri del suolo.
Quando la pioggia cade, le gocce d'acqua colpiscono il terreno e rompono queste particelle, rilasciando così il caratteristico odore. Il petricor è anche associato al composto chimico chiamato geosmina, prodotto dai batteri del suolo durante la pioggia. Questo composto è particolarmente abbondante nelle zone rurali e può contribuire al profumo distintivo della pioggia.
Nascosto tra i sottili strati di foglie e l'umida letticella nei boschi di conifere, si cela un piccolo tesoro della natura: Hydnellum peckii, un fungo straordinario noto anche come "sanguinaccio". Con la sua distintiva colorazione rossastra e le caratteristiche gocce di liquido rosso che sembrano sangue, questo fungo è diventato una delle specie più affascinanti e iconiche dei boschi boreali e temperati.
Hydnellum peckii appartiene alla famiglia delle Bankeraceae ed è caratterizzato da un cappello convesso e rugoso, di solito di colore rosso, arancione o bruno-rossastro. La superficie del cappello è punteggiata da piccole proiezioni a forma di spine, che sono le strutture riproduttive del fungo. Le lamelle, invece, sono piuttosto spesse e solitamente di colore bianco o grigio chiaro, virano al grigiastro con l'età. Ciò che rende davvero unico Hydnellum peckii è la sua caratteristica secrezione di gocce rosse, che gli conferisce l'aspetto sanguinolento che ha reso famoso questo fungo.
Questo fungo si trova principalmente nei boschi di conifere dell'emisfero settentrionale, come quelli di abete, pino e larice. Predilige terreni umidi e ricchi di materiale organico decomposto, e spesso cresce in associazione con altri funghi micorrizici. È più comune nelle regioni boreali e temperate del Nord America, dell'Europa e dell'Asia.
Sebbene Hydnellum peckii non sia commestibile e possa persino provocare reazioni avverse se consumato, è stato oggetto di interesse per le sue proprietà medicinali potenziali. Alcuni studi suggeriscono che i composti chimici presenti nel fungo potrebbero avere attività antimicrobica e antinfiammatoria, e potrebbero essere utilizzati nella ricerca farmaceutica per sviluppare nuovi trattamenti.
Inoltre, la sua presenza può essere un indicatore della salute degli ecosistemi forestali. Essendo un fungo micorrizico, stabilisce una simbiosi benefica con le radici delle piante, fornendo loro nutrienti essenziali in cambio di carboidrati prodotti dalla fotosintesi. La sua presenza può quindi indicare la biodiversità e la stabilità dell'ecosistema forestale.
Come molte altre specie fungine, Hydnellum peckii è suscettibile all'alterazione degli habitat naturali a causa della deforestazione, dell'inquinamento e dei cambiamenti climatici. Per preservare questa specie e i suoi ecosistemi associati, è importante adottare pratiche di gestione forestale sostenibili e promuovere la conservazione delle foreste native.
E’ uno degli esempi più affascinanti della ricchezza della biodiversità fungina. La sua singolare colorazione e le sue caratteristiche biologiche lo rendono un soggetto di grande interesse per gli appassionati di micologia, i ricercatori scientifici e gli amanti della natura. Proteggere le foreste e le loro meraviglie nascoste è essenziale per garantire un futuro sano e prospero per i nostri ecosistemi naturali.
Durante un'immersione nella fossa delle Curili, una delle zone oceaniche più profonde al mondo, un gruppo di ricercatori dell'Università di Tokyo ha fatto una scoperta straordinaria. Utilizzando un veicolo operato a distanza, hanno esplorato il fondale marino a circa 6.200 metri di profondità e hanno trovato una serie di piccole palline nere, che si sono rivelate essere le uova di un verme piatto. Questo verme, il più "abissale" mai scoperto finora, ha suscitato grande interesse tra gli scienziati.
L'analisi successiva delle uova ha permesso ai ricercatori di studiarne le prime fasi dello sviluppo. Sorprendentemente, hanno scoperto che questi vermi si sviluppano in modo simile ai loro parenti che vivono in acque meno profonde. Non sembra che la profondità abissale rappresenti una sfida significativa per questi organismi, che non hanno dovuto adattarsi particolarmente per resistere al buio e alla pressione estrema delle profondità marine.
Dal punto di vista tassonomico, i vermi sono stati identificati come appartenenti all'ordine Tricladida, comunemente conosciuto come planarie, e al sottordine Maricola, che comprende famiglie di platelminti acquatici. Questa scoperta offre preziose informazioni sulla biodiversità delle profondità marine e sulla capacità di adattamento degli organismi a habitat estremi.
I clan dei capodogli (Physeter macrocephalus) si compongono di diverse famiglie matrilineari, ognuna formata da circa 10 femmine adulte insieme ai loro piccoli. Durante la caccia ai cefalopodi, che avviene a profondità considerevoli, alcune femmine adulte rimangono in superficie con i piccoli di tutte le famiglie. Interessante notare che queste femmine possono anche allattare senza fare distinzioni tra i piccoli.
Nel vasto regno della natura, la pazienza si rivela come una virtù indispensabile per la sopravvivenza e l'adattamento. Gli animali, in modo sorprendente, dimostrano una pazienza che va oltre la mera attesa, intrecciando intricate reti di comportamenti che sfidano la nostra comprensione umana.
Partiamo dall'osservare il regno animale nella sua forma più selvaggia. Nella vastità della savana africana, i leoni possono trascorrere ore nell'immobilità totale, mimetizzati tra l'erba alta, aspettando il momento perfetto per lanciare l'attacco alla preda. Questo esempio di pazienza è fondamentale per il successo della caccia e per la sopravvivenza stessa della specie.
Nelle profondità degli oceani, creature come il polpo dimostrano una pazienza magistrale. Questi invertebrati intelligenti possono aspettare, camuffati tra le rocce, fino a quando non individuano la preda ideale. La loro capacità di attendere pazientemente, sfruttando il momento opportuno, rivela una forma sofisticata di adattamento al loro ambiente.
Tuttavia, la pazienza negli animali non è limitata alla sfera predatoria. Le formiche, organizzate in complesse colonie, esemplificano una pazienza straordinaria nel costruire intricate i loro nidi e nel raccogliere risorse per la loro colonia. Un'espressione di altruismo e cooperazione che sottolinea il valore della pazienza nel contesto sociale degli animali.
Quando ci spostiamo al contesto umano, ci accorgiamo di come la pazienza assuma forme più complesse. Sebbene gli esseri umani abbiano ereditato alcune manifestazioni di pazienza dall'evoluzione, come l'attesa per il cibo o la ricerca di un partner adatto, la nostra capacità di progettare il futuro aggiunge un nuovo strato di complessità.
La pazienza umana si riflette nella pianificazione a lungo termine, nella costruzione di relazioni durature e nella perseveranza di fronte alle sfide. A differenza degli animali, possediamo la capacità di anticipare il futuro e di pianificare in base a questa consapevolezza.
In conclusione, la pazienza, sia negli animali che negli esseri umani, emerge come un elemento cruciale per la sopravvivenza e la prosperità. Mentre gli animali mostrano una pazienza spesso legata all'istinto e all'adattamento all'ambiente, gli esseri umani aggiungono un tocco unico attraverso la progettazione consapevole del futuro. Questo affascinante intreccio di comportamenti pazienti ci offre uno sguardo approfondito sulla diversità di approcci che la natura ha sviluppato per affrontare il flusso del tempo.
Come il bisonte dava la vita alle tribù indiane del Nord America, così il dorso di grandi animali erbivori africani offrono attualmente ad alcune specie di uccello, cibo, rifugio e materiale per la costruzione dei loro nidi.
Mentre con le pelli dei bisonti ricoperte di peli gli indiani ne ricavavano mantelli e coperte e con la pelle rasata invece costruivano tende, scudi, abiti e calzature, gli uccelli della specie Buphagus africanus (bufaga) prelevano dal dorso di zebre, giraffe, bufali, ciuffi di peli per rivestire, insieme alle fibre vegetali, i loro nidi situati all’interno delle cavità naturali nel tronco di un albero.
Mentre la carne del bisonte rappresentava una delle principali fonti di cibo che i nativi americani consumavano al momento o previa essiccazione al sole, le zecche, i pidocchi, le larve di ditteri e le sanguisughe presenti sulla cute dei mammiferi rappresentano per le bufaghe la loro principale fonte alimentare insieme al sangue che inevitabilmente fuoriesce dalle piccole ferite prodotte dai loro tozzi becchi colorati di giallo con la punta rossa.
Mentre del bisonte morto nulla veniva sprecato (con la coda facevano scaccia mosche, con lo stomaco facevano secchi dell’acqua, con le ossa costruivano utensili e punte per le frecce, con gli zoccoli ottenevano una speciale colla e tanto altro), così il dorso degli erbivori africani viene molto di frequente utilizzato dalle bufaghe come sito di corteggiamento e accoppiamento.
Una delle più strane specie di falene presenti sul nostro pianeta è senz’altro la Creatonotos gangis.
Il maschio di questo insetto è provvisto di alcune curiose strutture, somiglianti a dei tentacoli, chiamate coremata. Esse sono situate in alcuni segmenti addominali, in posizione ventro-laterale, degli esemplari maschi e contengono peli ghiandolari in grado di rilasciare feromoni sessuali con lo scopo di attirare l’altro sesso.
La dimensione di questi organi è condizionata dalla dieta che la falena conduce quando è ancora allo stato di bruco.
Esistono in natura molteplici esempi di mimetismo tra gli esseri viventi, dove alcune specie cercano di imitare altre specie con lo scopo di ottenerne un vantaggio, che può concretizzarsi nel fingersi pericoloso agli occhi dei predatori, come il caso di alcuni ditteri sirfidi che imitano nell’aspetto gli imenotteri aculeati come le vespe, oppure di alcune orchidee che presentano fiori dall’aspetto molto somigliante alla femmina di alcuni insetti con lo scopo di attirare gli esemplari maschi di quest’ultimi e favorire così l’impollinazione.
Si potrebbero fare tantissimi altri esempi, come quello a dir poco creativo della farfalla sud americana appartenente alla specie Dynastor darius, i cui bruchi di colore verde intenso con capo completamente rosso, prima di diventare adulti e quindi farfalle, si trasformano in crisalidi, fase immobile del loro ciclo biologico particolarmente vulnerabile alla predazione, se non fosse per una strategia di mimetismo davvero sorprendente. Nello specifico, la crisalide di circa 8 centimetri di lunghezza presenta un aspetto esteriore perfettamente somigliante, sia nel colore che in alcuni dettagli morfologici (gli occhi dalla pupilla verticale e la fila di scaglie) ad un serpente.
L’uomo non è l’unica specie animale ad attribuire grande importanza all’igiene personale. Molti primati trascorrono gran parte del loro tempo a ripulirsi il corpo reciprocamente, liberandolo dai parassiti e da schifezze varie che vanno ad insediarsi in punti difficilmente raggiungibili dall’individuo solitario; tale pratica prende il nome di grooming, che di per sé rappresenta anche una modalità di comportamento che consente agli individui della stessa specie di instaurare tra loro salde relazioni sociali.
Tuttavia, il grooming espone gli individui che lo praticano ad elevati rischi di infezione soprattutto quando le loro cure sono orientate in aree particolarmente appetitose per i parassiti, come la zona perianale. Ciò si verifica più frequentemente in alcune specie di primati come il coloratissimo mandrillo (Mandrillus sphinx) i cui esemplari presentano la zona perianale ed il viso completamente scoperte e vivacemente colorate, caratteristiche morfologiche che contribuiscono a determinare lo status di soggetto dominate.
Alcuni studi dimostrano che i mandrilli in linea generale adottano un approccio molto selettivo a questa pratica, orientando le loro cure solo in alcune specifiche aree considerate più “sicure” nei confronti di una potenziale infezione. Eccezionalmente, nei rapporti stretti di parentela, ad esempio tra madre e figlia o tra sorelle, tale prudenza viene meno e gli esemplari danno tutto se stesso nell’offrire un servizio completo di pulizia.
Lo scarafaggio, o blatta, non è di certo un animale che riscuote un granché di fascino, ma il “semplice” essere sopravvissuto all’evento catastrofico che circa 65 milioni di anni fa ha causato l’estinzione di quasi tutti i dinosauri, lo rende decisamente più che affascinante.
Nel corso della loro evoluzione, questi insetti non hanno subito sostanziali modifiche a livello morfologico, proprio perché sono perfetti così come sono e questa loro perfezione consente loro di superare condizioni ambientali estreme, come quelle che si sono verificate a seguito dell’impatto del meteorite Chicxulub sul nostro pianeta.
Grazie alla forma appiattita del loro corpo, si suppone che le blatte siano riuscite a rifugiarsi in spazi molto ristretti e angusti, come le crepe del suolo, sopportando in questo modo i forti sbalzi termici che si vennero a creare con l’impatto del meteorite. Infatti, ad un rapidissimo aumento delle temperature globali seguì un crollo delle stesse a causa del sollevamento di immense quantità di polveri che, rimanendo sospese nell’atmosfera, affievolirono la luce del sole.
La forma del corpo di questa categoria di insetti non è l’unica “carta vincente” per la loro sopravvivenza, anche l’estrema variabilità del loro regime alimentare onnivoro, xilofago (che si nutrono di legno), necrofago (che si nutrono di animali morti) e coprofago (che si nutrono di escrementi), unitamente alla deposizione delle uova all’interno di strutture protettive e molto resistenti, simili ad astucci, chiamate ooteche, contribuiscono senz’altro ad elevare le blatte al rango di veri dominatori del pianeta.
Cosa hanno in comune due animali completamente differenti sotto il profilo ecologico come l’orso polare e le stelle marine? Ebbene, potrebbe apparire assurdo ma entrambe queste specie dell’Artico condividono la stessa posizione di predatori apicali. Con tale termine si fa riferimento a specie che nelle catene alimentari si alimentano di tutto e non vengono mangiati da nessuno.
Siamo abituati a vedere l’orso polare come il più grande predatore dell’Artico, questo perché si da troppa importanza a come funzionano le reti trofiche al di sopra della superficie dell’oceano e non abbastanza a ciò che accade nelle acque o sui fondali marini.
Un gruppo di scienziati dell’Università di Manitoba, in Canada, a seguito di ricerche nelle acque intorno a Southampton Island, con lo scopo di ricostruire le reti trofiche delle acque dell'Artico, hanno confermato il ruolo dell'orso polare come predatore apicale, ma allo stesso tempo hanno dimostrato che anche alcune specie di stelle marine, appartenenti alla famiglia Pterasteridae, si trovano in cima a tutte le catene alimentari delle quali fanno parte (in ogni ecosistema possono essere presenti più catene alimentari e spesso accade che una singola specie può rientrare in più di una di queste). Infatti la dieta di questi echinodermi è composta da molluschi bivalvi, cetrioli di mare e spugne, tutti gruppi che a loro volta sono predatori di qualcos'altro, ma loro non hanno predatori da temere.